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17 aprile 2010 6 17 /04 /aprile /2010 22:17

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            Nelle tipologie dei sistemi politici si sogliono chiamare autoritari i regimi che prediligono il momento del comando e sminuiscono in modo più o meno radicale quello del consenso, concentrando il potere in un uomo e svalutando gli istituti rappresentativi.

            Si parla di “regimi autoritari” per designare l’intera classe dei regimi non democratici che comprende gran parte dei regimi politici a noi noti: dal dispotismo orientale all’Impero romano, dalle tirannie greche alle signorie italiane, dalla moderna monarchia assoluta a quella costituzionale di tipo prussiano, dai sistemi totalitari alle oligarchie modernizzanti o tradizionali dei Paesi in via di sviluppo (riscontrabili in parecchi Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, che sorgono in società caratterizzate da una modernizzazione ancora molto debole e impedita da gravi strozzature sociali).

             Nei sistemi autoritari l’apparato tende ad assorbire parte dell’autonomia dei gruppi piegandoli ai propri scopi; l’opposizione politica è soppressa o imbavagliata; il pluralismo vietato o ridotto ad un sistema senza incidenza reale; l’opposizione tollerata se non viene espressa in modo aperto e pubblico; l’autonomia degli altri gruppi distrutta o tollerata purché non disturbi la posizione di potere del capo.

             In senso psicologico, si parla di “personalità autoritaria” per denotare un tipo di personalità formata da diversi tratti caratteristici ed incentrata su due attitudini: da una parte, la disposizione all’obbedienza zelante verso tutti coloro che detengono la forza o il potere; dall’altra parte, la disposizione a trattare con arroganza e con disprezzo gli “inferiori” ed in generale tutti quelli ritenuti privi della forza e del potere.

            L’autorità, in tale contesto, spesso ancorata ad una visione di disuguaglianza tra gli uomini, esclude o riduce al minimo la partecipazione o la riconduce entro scopi obbligati decisi dal capo.

             E’ perciò chiaro che, dal punto di vista dei valori democratici, l’autoritarismo è una manifestazione degenerativa dell’autorità, che si manifesta in particolar modo nei regimi autoritari con una imposizione all’obbedienza che prescinde in gran parte dal consenso dei sottoposti e ne opprime le libertà.

             Una personalità autoritaria si sentirà probabilmente a suo agio in una struttura di potere autoritaria e troverà congeniale un’ideologia autoritaria, conservatrice, nella quale l’ordine da perseverare è quello del passato che si radica nella naturale disuguaglianza degli uomini.

             Una più ampia estensione del significato di autoritarismo si trova negli studi sulla personalità e sugli atteggiamenti autoritari.

             Molti aspetti della personalità autoritaria sono stati enucleati nelle ricerche di Adorno e dei suoi collaboratori (La personalità autoritaria, 1950).

             Nella struttura autoritaria della personalità tracciata da Adorno, la personalità autoritaria è descritta come un insieme interrelato di tratti caratteristici. Cruciali sono le cosiddette <<sottomissione>> e <<aggressione>> autoritarie: da una parte, la credenza acritica nell’autorità e l’obbedienza zelante ai superiori, e, dall’altra, il disprezzo degli inferiori e la disposizione ad attaccare persone ritenute deboli, socialmente accettabili “solo” come vittime.

             Altri tratti rilevanti sono l’acuta sensibilità per il potere, la rigidità ed il conformismo.

             La personalità autoritaria tende a pensare in termini di potere, è intollerante all’ambiguità, si rifugia in un ordine strutturato in modo elementare ed inflessibile (con visioni “iperburocratizzanti” della vita) e fa uso marcato degli stereotipi del pensiero e del comportamento. E’ particolarmente sensibile all’influsso di forze esterne e tende ad accettare supinamente tutti i valori convenzionali del gruppo a cui appartiene.

             L’interpretazione che Adorno diede alla personalità autoritaria è però squisitamente psicanalitica.

 Un rapporto gerarchico e oppressivo tra genitori e figli crea nel figlio un atteggiamento molto intenso e profondamente ambivalente nei confronti dell’autorità: da un lato, v’è una forte disposizione alla sottomissione, dall’altro, potenti impulsi ostili ed aggressivi che vengono più drasticamente rimossi dal super-io.

La straordinaria energia degli impulsi rimossi, mentre contribuisce a rendere più cieca ed assoluta l’obbedienza all’autorità, viene poi in massima parte dirottata nell’aggressione contro i deboli e gli inferiori.

             Questo meccanismo, mediante il quale l’individuo cerca inconsciamente di superare i suoi profondi conflitti interiori, scatena i dinamismi della personalità autoritaria: l’individuo, per salvare il proprio equilibrio minacciato alla radice da impulsi in conflitto, si aggrappa a tutto ciò che è forza e potenza e attacca tutto ciò che è debolezza.

             A questi dinamismi si ricollegano altri tratti della personalità autoritaria: preoccupazione eccessiva per il potere, rigidità e conformismo.

             Una interpretazione più completa di questo tipo di personalità richiederebbe una considerazione esauriente dell’ambiente sociale.

             Su questa strada si è andato delineando, da parte di altri autori, una seconda spiegazione della personalità autoritaria: quella del cosiddetto <<autoritarismo cognitivo>>.

             Secondo questa impostazione, i tratti della personalità autoritaria si basano su certe concezioni della realtà prevalenti in una data cultura o sottocultura, che vengono apprese dall’individuo attraverso il processo di socializzazione e formazione.

               In un’ottica sociologica S.M. Lipset afferma che per autoritarismo non si intende la sindrome della personalità autoritaria in tutta la sua complessità, ma piuttosto una serie di atteggiamenti individuali riportabili ad una disposizione psicologica autoritaria: una bassa sensibilità per le libertà civili, l’intolleranza, una bassa inclinazione ad accettare sistemi pluralistici, insofferenza per le deviazioni dai codici morali convenzionali.

             Secondo Lipset una bassa partecipazione alla vita di organismi politici e di associazioni volontarie, l’isolamento derivante dal tipo di attività svolta, insicurezza economica e psicologica sono alcuni dei fattori che contribuiscono a formare una prospettiva mentale povera ed indifesa, fatta di grande suggestionabilità, di mancanza di un senso del passato e del futuro, di incapacità di avere una visione completa delle cose, di difficoltà di elevarsi al di sopra dell’esperienza concreta e di mancanza di immaginazione.

 

 

 

                                                                                      Il Segretario Generale Provinciale SIAP

                                                                                                  Sandro CHIARAVALLOTI

 

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Published by Siap Piacenza - in LETTERE - COMUNICATI
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