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12 marzo 2009 4 12 /03 /marzo /2009 22:41



 
Fin dalla fine degli anni 70 ci si rese conto, in Italia, che una polizia organizzata, preparata, competente, in grado di far fronte all’evoluzione della criminalità e del terrorismo, non poteva prescindere da un’organizzazione che valorizzasse e che riconoscesse, al suo interno, quei principi democratici che la nostra Costituzione Repubblicana richiamava da più di 30 anni.
La legge 121/1981 racchiude in sé questo spirito.
Lo spirito di una Polizia di Stato moderna, dove la formazione, i percorsi di specializzazione professionale, le competenze acquisite, i diritti e la dignità dei lavoratori del Corpo non potevano rimanere esclusi da progetti di riforma e modernizzazione.
In quell’ ampio consenso che ha unito il Paese nella riorganizzazione della Polizia, veniva riconosciuto il diritto alla formazione, alla sindacalizzazione, alla contrattualizzazione ed alle pari opportunità, con l’assunzione del personale femminile.
In questo quadro non poteva non avere rilevanza una parte sociale importante come il sindacato.
Fu riconosciuto alle Organizzazioni Sindacali della Polizia il diritto di essere parte contrattuale, sia in sede centrale che periferica, compresa la facoltà di partecipare attivamente su questioni attinenti l’organizzazione del lavoro.
I contratti di lavoro, normativi ed economici, sono - oltre ad una garanzia per tutti gli operatori della sicurezza - una chiara testimonianza di cambiamento e progresso, nel difficile cammino del consolidamento democratico.
Un cambiamento e un progresso percorsi sulla via dei principi costituzionali.
Purtroppo, in alcune situazioni, abbiamo potuto constatare che non è stato così.
Se da un lato sono stati introdotti, per i poliziotti, i valori fondamentali tipici di una società civile, dall’altro non viene digerito, da certi nostalgici “caporali di giornata” o “padroni di casa” di passaggio - dopo oltre un ventennio - il sistema di relazioni sindacali, la democrazia e la libertà.
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Published by Siap Piacenza - in RIFORME
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28 febbraio 2009 6 28 /02 /febbraio /2009 17:15



Ci sono delle occasioni in cui è necessario far ricorso alla compattezza, quella reale e cioè quella storica, quella che è possibile, solo se lo si volesse, tramandare di generazione in generazione, che può fornire spunti di analisi e dunque di possibile sintesi di quello che avviene oggi e di quello che è possibile tentare, invece, di far accadere.
La nostra riforma di Polizia, quella che semplicemente chiamiamo come Legge 121/81. non è nata per caso e non è nata a caso.
Chi conosce un poco la nostra storia - non solo quella dei testi ufficiali più o meno sacri - sa che quella Legge di Riforma affonda le sue radici addirittura nei primi anni settanta.
Nei primi mesi del 1974, non senza sacrifici personali dei primi poliziotti “carbonari della partecipazione democratica”, venne costituito il “Comitato per il Riordino della Polizia” a cui partecipavano rappresentanti di alcuni partiti, di sindacati nazionali, magistrati e poliziotti. Sempre nello stesso ad Aprile ad alcuni lavoratori di Polizia presenta un “MANIFESTO PROGRAMMATICO”.Solo nel Febbraio del 1975 i Ministri dell’Interno, della Difesa e della Riforma Burocratica procedono alla costituzione di un timido e lentissimo “gruppo di lavoro” per studiare il problema dello status giuridico del personale ed indicare le possibili forme di rappresentanza. Dalla presentazione, nel 1979, del Disegno di Legge per la Riforma dell’Amministrazione della P.S. al voto passano altri 2 anni.La situazione non era solo quella di una Polizia non efficiente, di un sistema a-professionale o anti-professionale, incapace di fornire una risposta adeguata, democratica, ai movimenti di piazza del ’68 e post sessantottini, alcuni dei quali violenti, e agli embrioni del fenomeno terroristico che incombevano sin dall’avvio degli anni settanta.L’analisi portava a concludere che una mancanza di professionalità o la mortificazione della stessa costituiva il portato non solo della militarizzazione ma del fatto che quest’ultima significava essenzialmente mancanza di democrazia interna, assenza di organizzazioni sindacali che potessero rappresentare i diritti dei poliziotti e, in buona sostanza, totale separatezza rispetto alla società civile.Le resistenze al processo riformatore all’epoca furono molte: una Polizia militare e militarizzata per alcuni poteva costituire il miglior alleato/esecutore di tendenze liberticide, di non applicazioni o sospensioni ulteriori delle libertà costituzionali tramite provvedimenti di emergenza.
La tentazione fu quella di fomentare comportamenti eccessivi, talvolta riuscendoci, dei proletari “poliziotti di base”, come ha amato chiamarli in quella splendida poesia “Valle Giulia” Pierpaolo Pasolini, sempre contro la piazza e i movimenti che vi lì trovavano una forma di espressione di certo sbagliata poiché talvolta violenta.
L’organizzazione militare, dunque non democratica, un ordinamento interno capace di continuare a comprimere i diritti e le libertà dell’individuo poliziotto, a trascurare le condizioni di lavoro e di vita, non poteva essere che funzionale alla restituzione all’esterno di quello che veniva vissuto, meglio subito, all’interno.Certo l’avversario, per taluni quello che erroneamente era considerato “un nemico”, esterno, quello che nel tempo si sarebbe andato strutturando come il fenomeno detto “terrorismo” con tutti i suoi addentellati era - per intensità, ideologia ed organizzazione - di gran lunga un fenomeno più tragico, insidioso e forte di quello che oggi viene chiamato “criminalità diffusa” o con un espressione, in voga ma volutamente più agghiacciante, “criminalità predatoria”, anche se legata al trans-migrazioni continentali di natura epocale.Eppure la sovraesposizione mediatica, in atto perlomeno dal 2000 con il raddoppio del tempo dell’informazione ufficiale dedicato ai problemi della criminalità e alla cronaca giudiziaria, di ogni episodio delinquenziale – sino agli estremi di ripetuti speciali televisivi dedicati ad omicidi eccellenti (Cogne, Garlasco ecc. ecc.) - ha prodotto quello che si doveva prevedere (forse si è previsto) si sarebbe realizzato: una percezione quasi totale e totalizzante di insicurezza nei cittadini.Una percezione totalmente sganciata dalla realtà criminale, dall’osservazione statistica.Qualche dato proveniente dal Centro di Ascolto dell’Informazione radiotelevisiva basterà, per ora, a dare la dimensione del fenomeno.Se si analizzano, infatti, i dati relativi alle notizie di Cronaca nera, cronaca giudiziaria e criminalità organizzata, è evidente come, mediamente, il tempo dedicato alla esposizione di tali eventi , sia raddoppiato (quando non addirittura triplicato), passando dal 10,4% dei telegiornali del 2003, al 23,7% di quelli del 2007.Mentre nel periodo 2003-2005 la rappresentazione di eventi criminosi si è mantenuta costante, a partire dal 2006 si è rilevato un sensibile incremento del tempo dedicato a questa tipologia di notizie, con un ulteriore aumento nel corso del 2007.Infatti, nel 2003 il Tg1 ha esposto notizie riferite a questi argomenti per l’11% del suo tempo, il 19,4% nel 2006, il 23% nel 2007, raddoppiando cioè il tempo dedicato a tali notizie.Il Tg2 è passato dal 9,7% del 2003 al 21% del 2006, fino ad arrivare nel 2007, al 25,4%. -Il Tg3 è stata la testata che ha registrato il minor aumento, passando dall’11,5% del 2003 al 18,6% del 2007.Sulle reti Mediaset l’aumento è stato maggiore, registrando, in particolare su Studio Aperto, una percentuale pari al 30,2% della durata totale dei telegiornali nel 2007, contro il 12,6% rilevato nel 2003.Il Tg5 è passato dal 10,8% al 25,7% con un incremento di più del doppio.
Sempre tra le reti Mediaset è il Tg4, malgrado comunque il raddoppio negli ultimi cinque anni, la testata che ha avuto l’incremento minore, dal 10,2% del 2003 al 20,9% nel 2007.Di converso l’Istituto delle Nazioni Unite per la ricerca sul Crimine e la Giustizia (UNICRI) ha pubblicato oggi uno studio comparativo sulla criminalità comune all’interno dell’Unione Europea.Il 15% della popolazione delle 18 nazioni prese in esame è stato vittima di un crimine comune nel 2004. I paesi con l’incidenza più alta sono Irlanda, Gran Bretagna, Estonia, Olanda, Danimarca e Belgio che mostrano valori ben al di sopra della media dell’Unione Europea; i livelli più bassi si ritrovano in Spagna, Ungheria, Portogallo, Francia, Austria, Grecia e Italia.Nei cinque anni trascorsi dalla precedente rilevazione, i reati comuni sono diminuiti in Europa in media del 23%; in Italia , dove l’ultima rilevazione risale a 13 anni fa la diminuzione è stata ben del 38%.Scendendo nel dettaglio delle diverse tipologie di reato, l’Italia ha il numero più basso in assoluto per rapine e aggressioni e si ritrova per gli altri casi nei 4-5 paesi più sicuri, con l’eccezione del furto con scasso dove è il quarto peggior paese con un’incidenza del 2,1%.
La percezione di insicurezza ha generato una richiesta, per certi versi appositamente generata, indirizzata e colta, quasi a giustificazione, di provvedimenti eccezionali e di emergenza, introdotti quasi sempre nella forma del decreto legge, anche fuori dai casi di necessità ed urgenza previsti in Costituzione.Provvedimenti che costituiscono ormai un complesso di deroghe al processo penale accusatorio tanto nella fase delle indagini quanto in quella puramente processuale (i casi e termini di custodia cautelare in carcere, l’automatica inclusione – al di là dei limiti edittali - di alcune tipologie di reato nelle ipotesi di arresto obbligatorio, l’introduzione del patteggiamento allargato) e che vanno a sommarsi alla costante introduzione di nuovi reati, la stragrande maggioranza reati di pericolo presunto ovvero di reati senza offesa e quindi senza vittima, all’aumento esponenziale dei limiti edittali e all’introduzione o all’inasprimento delle circostanze aggravanti. Un sistema sempre più organizzato ad una prevenzione estrema, volto a punire sempre più le intenzioni che i fatti, le inclinazioni - anche se negative - personali, lontano da quel diritto penale del fatto che ci è stato insegnato nelle Università.
Ora anche l’istituzionalizzazione delle ronde e cioè, dopo la potenziale “pubblicizzazione in funzione di polizia” del rapporto medico-paziente con l’esclusione dell’obbligo del primo di non denuncia dello straniero-clandestino, la privatizzazione della funzione di polizia.L’estensione della dimensione del controllo dello Stato o del para-Stato, senza regole e discipline rigorose e sulla base della legge, è una dimensione potenzialmente pericolosa, è una dimensione che potrebbe avere effetti, non trascurabili e nei fatti, di limitazione di talune libertà. Sentiamo di dover avvertire subito: queste cose si pensa, si presume di governarle, anche ai fini di consenso, ma senza regole, si corre il serio rischio, alla lunga, per finire di esserne governati.Il destino potrebbe essere, dietro l’angolo, quello di uno Stato di Polizia esplicito in cui è l’autorità da cui discende il bene e il male e che trattiene in sé la capacità di indicare anche al singolo individuo ciò che è meglio o peggio per lui stesso, per la sua morale e la sua persona, facendo o minacciando di far scattare la pretesa punitiva quando si incammina verso il “peggio” .Provvedimenti che, tra l’altro, vanno ulteriormente ad ingolfare la macchina della giustizia e si aggiungono alle mancate riforme che avrebbero, invece, consentito di risollevare lo stato comatoso di una giustizia italiana che, dati alla mano, produce 10 milioni di processi pendenti ogni anno, migliaia di prescrizioni (e cioè un’amnistia strisciante e di classe) e condanne effettive solo per reati punti, nei fatti, con pene detentive inferiori all’anno; provvedimenti che vanno ad incidere su condizione carceraria di nuovo al collasso che non garantisce, di certo, l’obiettivo costituzionale della rieducazione.Oggi il timore è, proprio, quello che registriamo anche nei fatti e contro il diritto scritto, cioè, che – nonostante la Legge 121/81- alla restrizione delle garanzie e degli istituti contrattuali a detrimento delle condizioni di lavoro (riposi, programmazione delle ferie, cambi turno, certezza dell’orario di lavoro, sicurezza sul luogo di lavoro, abuso e uso distorto dello strumento disciplinare ecc. ecc.), delle possibilità di interlocuzione sindacale secondo le forme legalmente previste e, in definitiva, di pregiudizio all’esercizio della libertà di associazione alle organizzazione sindacali e (come già registrato) anche politiche corrisponda sempre di più ad una richiesta di concorso operativo ad “un giro di vite” solo securitario, di emergenze e potenzialmente liberticida nei confronti di alcuni fenomeni criminali, o, peggio solo devianti o puramente sociali.Oggi il timore è quello della diminuzione delle condizioni di agibilità democratica interna e nelle relazioni sindacali con la parte datoriale.Di questo occorrerà parlare in un Convegno del SIAP e cioè fare il punto dell’applicazione – meglio della non applicazione - della Legge di Riforma dell’Amministrazione della P.S., di parlare di ipotesi di ulteriore Riforma, di maggiore professionalità degli operatori della Polizia di Stato e della altre forze di Polizia, tendendosi al fuori da ogni logica emergenziale; anzi in netta contrapposizione, come facemmo già nel Novembre del 2007, rispetto alla tentazione di accedere alle logiche sensazionalistiche, ai provvedimenti tampone, alla richiesta di inasprimenti di pene, sanzioni, condizioni carcerarie, di maggiori poteri di polizia. Di noi sarà necessario parlare, della libertà di associazione sindacale, di manifestare il proprio pensiero, di informazione strappata o negata rispetto alle nostre idee, al nostro ipotizzare Riforme che si ritengono facilmente intuibili (e quindi mature) nel paese come l’unificazione delle forze polizia in un sistema che non ne può tollerare - per quello che ha in termini di ricadute di inefficienza, duplicazioni e mancanza di rispetto dei diritti dei lavoratori – ancora 5 a livello nazionale.Di seguito come materiale di riflessione la dichiarazione di voto dell’allora Senatore Gianfranco Spadaccia in occasione dell’approvazione della Legge 121/81 (ancora molto attuale): “ Infine il problema grave è quello del coordinamento. Poco fa il senatore Pecchioli ha detto che eravamo stati chiamati ad approvare un decreto legge stralcio di questa riforma. Il senatore Pecchioli – non io – ha lamentato che questo decreto legge non è stato attuato . E gli stessi problemi trattati in quel decreto legge ce li siamo riproposti con questa riforma. Io ho l’impressione che non sia stato attuato non per cattiva volontà del Ministro: ho l’impressione che non dovremmo affidare alla buona o alla cattiva volontà del Ministro la soluzione dei problemi del coordinamento . Dovevamo affidarci alla legge, ma comunque dobbiamo affidarci soprattutto ad una volontà complessiva di risolvere questi problemi . Ho l’impressione che qui abbiamo a che fare con resistenze che si sono espresse anche in quest’aula quando il relatore Murmura ha parlato di incomprensioni addirittura a proposito dell’unificazione delle sale operative. Non pretendo di essere un tecnico in materia mi limitavo semplicemente a ragionare a lume di buon senso nel proporre quell’emendamento . Non ritengo possibile in sostanza, che in una grande città esistano sale operative non unificate, parallele e incomunicabili tra loro e non comprendo , se non appunto riferendomi a resistenze che esistono e che dobbiamo superare nell’interesse di tutti , il senso della norma che avete approvato, cioè quella che autorizza il Ministro a studiare forme di collegamento tra sale operative , e soltanto in determinati casi a proporne l’unificazione. Ma in questi casi il parallelismo, la concorrenzialità, le separatezze, la duplicazione significano spreco, non l’emulazione dei corpi in un quadro comune 2 e rischiano di significare spreco di risorse che pagheremo gravemente in termini e in costi. Questo problema del coordinamento ci ha anche impedito di affrontare contestualmente, in una logica magari diversa da quella che proponevano, i problemi dell’Arma dei carabinieri e i problemi della polizia. A proposito delle affermazioni fatte in televisione del generale Dalla Chiesa ma soprattutto dal generale Cappuzzo, mi richiamo e richiamo il Ministro alle osservazioni fatte durante il mio intervento. Sulla polizia grazie a questa riforma oggi sappiamo tutto, i riflettori sono accesi, ma esistono anche i problemi dell’Arma dei carabinieri. Noi abbiamo avuto un crescente impegno dell’Arma dei carabinieri nelle città, con dati di duplicazione rispetto ai compiti della polizia, e abbiamo un problema di stazioni dei carabinieri, cui spetta il compito tradizionale dell’Arma dei carabinieri, cioè quello del controllo del territorio , che sono depotenziate, con zone calde in cui le stazioni dei carabinieri sono affidate oramai ad un maresciallo e a due o tre carabinieri. Cioè noi vediamo, deperire, diminuire quella diffusa funzione di controllo del territorio che si esprimeva appunto attraverso la capillarità e l’efficienza delle stazioni dei carabinieri . Allora non esistono solo problemi della polizia e non esiste un’efficienza propagandata ed aprioristica dell’Arma dei carabinieri: esistono problemi complessiv i della tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza del paese che investono l’organizzazione della polizia di cui ci stiamo occupando e investono in notevole misura l’Arma dei carabinieri e i rapporti tra queste due polizie. Il nostro voto è contrario .”

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